La piccola Ginostra nel contesto storico dell'isola di Stromboli

di GIUSEPPE IACOLINO

Meglio di ogni altro sito dell'isola di Stromboli il timpone di Ginostra ben si prestò ad offrire riparo e sicurezza ad un villaggetto preistorico tra la fine del III e il principio del Il millennio a.C.. A Ginostra, infatti, gli archeologi hanno raccolto i più antichi frammenti ceramici dell'isola, analoghi a quelli della facies culturale di Capo Graziano di Filicudi. Sono invece del XVII-XV secolo a.C. i rinvenimenti ceramici, più abbondanti, fatti nella contrada di San Vincenzo a Scari: segno evidente che in quell'età, in cui più intenso fu il traffico marinaro miceneo sulla "rotta dello stagno", Stromboli dovette avere più d'un insediamento abitativo.

Nel Xlll secolo a.C. con l'occupazione degli Ausoni tutti i villaggi delle isole subirono violente devastazioni. Tracce di continuità di vita e di attività mercantile si riscontrano soltanto a Lipari.

Il primo documento letterario che fa accenno a Stromboli risale a Tucidide (V sec. a.C.) il quale afferma che i Liparéi e i coloni greci venuti da Cnido (a. 580 a.C.) "abitano una di queste isole non grandi chiamata Lipari. Da questa raggiungono tutte le altre isole e le coltivano, particolarmente Didìme (Salina), Stromboli e Hierà (Vulcano)".

Al V secolo a.C. rimontano undici tombe greche (4 a vaso, e 7 a sarcofago) portate in luce nella zona tra Ficogrande e Scari. Varii gli oggetti rinvenuti: anelli, monete e almeno otto modellini d'argilla riproducenti maschere della commedia nuova e di mezzo.

Nel 36 a.C. Stromboli ospitò la flotta di Ottaviano il quale si apprestava ad affrontare Sesto Pompeo (il figlio di Pompeo Magno) che, ribelle all'autorità costituita, teneva occupata la Sicilia.

Gli archeologi hanno trovato a Stromboli non pochi frammenti di età romano-imperiale, e, nel Il secolo d.C., Pausania attesta che nelle isole minori dell'Arcipelago Eoliano erano ancora coltivate Didìme, Stromboli e Hierà.

Dal V secolo d.C. in poi, con la caduta dell'Impero romano e la calata dei barbari e il persistente scorrazzare dei Vandali d'Africa nelle nostre acque, le isole minori restarono deserte, né poterono ripopolarsi nei secoli successivi a motivo dell'inesorabile avanzata delle orde islamiche che nell'838 attinsero Lipari e la distrussero.

Da Ruggero I il Normanno - e con la collaborazione operativa dei monaci Benedettini - soltanto la città di Lipari, a cominciare dal 1085, venne lentamente ricostruita e ripopolata. Le altre isole rimasero vuote e ben presto divennero covi dei pirati turcheschi, algerini e tunisini. Stromboli, in special modo, Panarea e Alicudi.

A Stromboli, come ad Alicudi, fu tenuta una vedetta permanente che a Lipari trasmesse le segnalazioni - col fumo, di giorno, e col fuoco, di notte - di eventuali transiti o soste di sciabecchi di infedeli. Dall'"uomo" di guardia, che vi sostava, a Stromboli credibilmente derivarono i toponimi di Punta dell'Uomo e di Serro dei Guardiani. Ottimo punto di osservazione, questo, a m. 150 di altitudine.

Tra i secoli Xlll e XIV a Stromboli - e così a Vulcano e a Lipari - vennero a far dimora in grotte e capanne taluni monaci francescani dissidenti e di stretta osservanza (i cosiddetti Fraticelli o Spirituali) i quali conducevano vita eremitica ricevendo visite e alimenti dagli affezionati devoti. Troppi sono, infatti, i toponimi riconducibili a codesto fenomeno. A Stromboli si hanno: la Punta del Monaco, il Vallone del Monaco, il Serro del Monaco e la Sciara del Monaco, località che si ritrovano tutte concentrate nel versante meridionale dell'Isola.

Lipari subì un disastroso attacco turchesco nel 1544, con la deportazione dell'intera popolazione, oltre 8000 abitanti. Ma subito dopo cominciò l'opera di ricostruzione e di ricolonizzazione con l'affluenza di genti nuove. Tra queste, gruppi di italici che provenivano dalle colonie veneziane e genovesi delle Isole Egee e di Cipro e di Candia che andavano cadendo in mano ai Turchi. Codesti coloni, esperti di agricoltura, promossero nelle Eolie la coltura della vite e del cappero, e introdussero i vitigni della malvasia a Salina. E forse anche a Stromboli, dove verso il 1615 dovettero stabilirsi non pochi contadini; tant'è che proprio in quell'anno il vescovo di Lipari Alfonso Vidal (1599-1617) si adoperò a far sorgere in quell'Isola un oratorio intitolato a S. Vincenzo Ferreri. Personalmente riteniamo che la località in cui venne fondato codesto oratorio fu Ginostra, giacché solo Ginostra, situata sull'alto della massa rocciosa, poteva garantire una naturale condizione di occultamento e di difesa dai Turchi che tornavano a sciamare al cominciare di ogni buona stagione. La gente non poté resistere a lungo, e così la ricolonizzazione di Ginostra si rivelò un fallimento. L'Isola tornò ben presto a spopolarsi e ad offrire riparo ai legni dei pirati. Più d'una volta, nel corso del Seicento, i Liparesi ingaggiarono battaglia con i barbareschi e nel mare di Stromboli e nel mare di Alicudi. Siamo dell'avviso che fu in occasione di codesto breve esperimento di colonizzazione che alla località fu dato il nome di Ginostra per via delle folte macchie di ginestra che coprivano la pendice della montagna (latino class, genista con varianti fonetico-dialettali genosta e jinostra).

Nonostante i rischi cui si andava incontro, verso il 1702 il dinamico vescovo mons. Gerolamo Ventimiglia (1694-1709) incoraggiò i Liparesi ad andare a colonizzare Stromboli. Il vescovo fece innalzare una grande croce di legno sull'altura di Ficogrande mentre dal canto suo il governatore di Lipari fece piazzare due cannoni, uno a Ficogrande e uno nell'attuale contrada di San Bartolomeo. Ben presto sorse la chiesa di S. Vincenzo (allora assai minuscola e intitolata a S. Vincenzo e a S. Bartolomeo). Essa è citata per la prima volta in un documento del 1736. Più tardi, verso il 1785, gli isolani innalzarono una cappelletta destinata a divenire l'odierna vasta chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo.

A Ginostra, invece, l'insediamento umano procedette con una certa lentezza, e ciò è dimostrato dal fatto che di una chiesetta di S. Vincenzo a Ginostra si parla in un documento del 1771. Essa sorgeva a monte della chiesa odierna e aveva un solo altare con una tela raffigurante S. Vincenzo. Nel 1811 vi si riscontrano due altari laterali, dell'Immacolata, a sinistra, e di Gesù Giuseppe e Maria a destra.

Il 25 gennaio del 1851 il vescovo mons. Bonaventura Attanasio (1844-1858) stabilì di adibire questa chiesetta a cimitero (intendasi fossa comune) ordinando che se ne edificasse un'altra più capiente, quella attuale, che fu ulteriormente ingrandita nella parte anteriore verso il 1887, fino ad ospitare, in prosieguo di tempo, prima quattro (nel 1900) e poi otto altari laterali: Madonna delle Grazie, Cuore di Gesù, SS. Cosma e Damiano, S. Giuseppe, Addolorata, Vergine di Pompei, S. Lucia e S. Antonio. Al giorno d'oggi la chiesa di Ginostra, pur nel suo umiliante degrado, presenta i segni del decoroso restauro apportatovi nel 1940 con le offerte degli emigrati ginostresi.

Evidentemente nel corso dell'Ottocento la popolazione di Stromboli era cresciuta (800 anime nel 1780, e 2.716 nel 1891) e non conosceva la stretta della miseria che attanagliava tanta gente delle altre isole: la terra produceva vino, malvasia, passole, olio, fichi, fichidindia e granaglie, e buona parte degli uomini trovavano impiego sulle numerose imbarcazioni a vela. Oltretutto, in età borbonica questi isolani, insieme con altri dell'Arcipelago, erano i preferiti nella scelta dei soggetti destinati al "Corpo dei Reali Volontarii della Marina"; anzi i nostri giovani isolani erano assegnati ad un Corpo speciale, il cosiddetto "Corpo dei Liparotti".

Superbe espressioni del benessere strombolano nella seconda metà dell'Ottocento sono, oltre alla chiesa di Ginostra, quella di S. Vincenzo, tra Ficogrande e Scari, e quella di S. Bartolomeo nel quartiere omonimo. Entrambe vennero ampliate con l'aggiunta delle navatelle minori, l'una a cominciare dal 1884, l'altra tra il 1888 e il 1895 e ullteriormente rifinita nel 1920.

L'affermazione, poi, della navigazione a vapore determinò il crollo della marineria strombolana cosicché tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento si registrò un intenso flusso di emigrazione, fenomeno che si ripeté con più forte accentuazione negli anni che seguirono al secondo conflitto mondiale (1977: 357 abitanti).

C'è a Ginostra un piccolo monumento che ci par degno di essere attenzionato. Lungo il sentiero che porta a Punta Lazzaro, si ammira un'edicola bianca sormontata lateralmente da una croce di legno. Essa risale agli anni del vescovo Attanasio, quando nelle isole minori erano frequenti le predicazioni degli esercizii spirituali condotti, in Quaresima, dai Padri Passionisti. L'edicola fu eseguita a quel tempo e costituiva il punto terminale della Via Crucis praticata all'aperto. II suo nome era "La Passione".